Gli Europei di calcio del 2024 in Germania sono stati ricordati da molti come una grande festa.
Piazze piene di tifosi da tutto il continente, un clima di entusiasmo, e un’energia che univa persone di culture diverse. Ma dietro quell’atmosfera di euforia, lontano dagli stadi e dai riflettori, si muoveva una realtà molto più cupa.
In quei giorni era infatti in corso una vera e propria guerra sotterranea tra organizzazioni criminali olandesi e tedesche. Diversi carichi di cannabis destinati ai Paesi Bassi venivano dirottati in Germania, proprio per approfittare della domanda enorme legata all’evento. Una rete che non conosceva pause, capace di sfruttare persino lo sport per alimentare i propri affari.
La situazione era talmente paradossale che, in più occasioni, la stessa polizia tedesca invitava i tifosi a fumare piuttosto che a bere, pur di mantenere la calma nelle piazze e negli stadi. Un messaggio che evidenzia quanto la cannabis fosse radicata anche in contesti imprevisti e quanto la sua gestione resti contraddittoria.
Quello degli Europei è solo un esempio, ma rende chiaro un fenomeno molto più ampio: la cannabis, quando rimane confinata nell’illegalità, diventa terreno fertile per conflitti spietati, regolamenti di conti, debiti mai saldati, lotte per il controllo del territorio e persino guerre sotterranee. Una violenza che spesso non risparmia innocenti, travolgendo intere comunità.
Eppure questa pianta non è soltanto un affare criminale. È una risorsa naturale, culturale e medica, con un potenziale enorme che, se regolamentato in maniera matura e trasparente, potrebbe arricchire la società invece di distruggerla.
L’esperienza degli Europei del 2024 mostra con chiarezza il paradosso: finché la cannabis resterà nell’ombra, continuerà a generare paura e sangue. Solo una gestione consapevole potrà trasformarla da problema a opportunità.